Eraldo Canegallo
Le tradizioni di Sant'Agata nei ricordi di persone del
luogo.
I brani che seguono sono estratti di interviste registrate diversi anni fa.
Sono ricordi di persone che già allora erano avanti negli anni.
Vengono citati nomi e soprannomi in dialetto di persone il cui ricordo è oggi
ancora presente nelle persone meno giovani del paese.
Angelina Bellingeri
Da bambini a Sant'Agata, quando venivamo a casa da scuola, ci davano delle
patate bollite, condite con poco olio perchè era caro. Le donne facevano dei
minestroni con i fagioli, carne ce n'era poca. La domenica compravano un
salamino e facevano un po' di pastasciutta.
D'inverno la gente andava a vegliare nelle stalle. Le stalle ove la gente andava
di più a vegliare erano la nostra, quella di Medeo, quella del siùr Pipén.
Nella nostra c'erano due panche per le donne ed i bambini, gli uomini si
coricavano sulla paglia vicino ai buoi, ed ai bambini veniva dato un cesto di
mele ed un po' di pane.
Esisteva allora in paese la confraternita dei Bianchi. Mio nonno buonanima,
quando è morto, è stato sepolto con la cappa bianca da confratello. Allora il
priore era il figlio di Majèn, si chiamava Rochén. Facevano la lavanda dei
piedi durante la Settimana Santa. Ricordo un confratello che portava il
gonfalone con sopra il teschio. Facevano la processione dall'Oratorio alla
Chiesa con in testa il gonfalone.
Celestino Bellingeri
Quando ero un ragazzo c'erano una cinquantina di iscritti alla confraternita e
mi ricordo che il Giovedì Santo facevano la lavanda dei piedi nell'Oratorio.
C'erano mio padre, Vannuzzi, quelli di Giuanisèp e tanti altri. Prima
dell'avvento del fascismo oltre alla confraternita esisteva anche la cantoria.
D'inverno andavamo nella stalla di Valentino, vicino alla casa dove abitava il
Paolén; ed alla luce di un lumino a petrolio il Giùli leggeva il giornale. Là
ci disse una sera: - I nostri hanno preso Tripoli -. Era il 1911.
Raffaele Gallini
Nelle ricorrenze delle feste di S. Rocco e di San Sebastiano si facevano
processioni e si cantava messa nell'oratorio della Confraternita, gli stessi
Confratelli erano anche cantori.
La festa principale era quella di Sant'Agata. Si organizzava il ballo, e a
suonare veniva l'orchestra di Bianchi di Villalvernia, mentre alle feste della
Madonna del Rosario veniva un'orchestra di Casalnoceto.
Un'usanza era il mòs; si diceva: piantare il mòs. Era un'usanza che si era
persa già quando io ero ragazzo. Ne ho sentito parlare. Nel paese si erano
formate due fazioni: quelle dei Sucròn e quella dei Signurén. La prima era la
fazione dei poveri, l'altra dei ricchi, ed ognuna piantava il suo albero.
Maria Carrea
Per curare le malattie si ricorreva ai segni. Veniva una donna che abitava nella
cascina di Magrina, si chiamava Tirisén. E' venuta tante volte a segnarmi le
storte. Veniva a segnare anche la rosimpila ( risipela). La rosimpila fa venire
la faccia gonfia, può essere causata anche da un colpo di sole.
Adesso non c'è più nessuno capace a segnare. Tirisen veniva, segnava, e la
rosimpila se ne andava. Per segnare usava delle vecchie monete e diceva delle
parole che non ricordo.
Molti si sposavano da soli, per loro scelta; altri matrimoni erano combinati,
c'erano le caratone che combinavano i matrimoni. Prima si sposavano in chiesa,
poi in municipio; io mi sono sposata a Sant'Agata .
D'inverno andavamo nelle stalle a vegliare, andavamo nella stalla dei nonni del
Silvio, nella stalla di Rosina. Gli uomini stavano in mezzo ai buoi e
raccontavano delle frottole, e noi donne, con un piccolo lumino appeso in mezzo
a noi, facevamo la calza e filavamo la lana; ed i bambini stavano con noi.
Elisabella Calvi
Da bambina andavo al pascolo con i vitelli, la capra mia madre la prese che io
ero già grande e la portava lei a pascolare quando andava ad innaffiare i
fagioli.
Avevo due vitelli e li portavo al pascolo mattino e sera. Mi ricordo che mia
madre mi tirava giù dal letto alle cinque del mattino, avevo allora sette od
otto anni o nove, non di più. Mia madre mi metteva il vestito, mi infilava una
manica, poi l'altra, poi mi abbottonava il vestito, mi prendeva per mano e mi
portava da basso altrimenti non vedevo nemmeno la strada. Rompeva un pezzetto di
pane e me lo metteva nella tasca, andava nella stalla e slegava i vitelli, mi
metteva il pungolo in mano e mi diceva: - Vai pure che Cintén è là che ti
aspetta -.
Giuseppina Barattini
Molte donne di Sant'Agata andavano a vendere i prodotti al mercato. Mi ricordo
Manén del Guido che tutti i giovedì andava a Novi. Una volta ci andai anch'io
a vendere le mele. Si andava a vendere uva, polli, uova. Bertina andava a
vendere le uova. Andavamo a piedi, ma le ceste con la roba le portava il
Clementén che aveva il carretto con il cavallo. Faceva due piani sul carretto
con delle assi di legno. Novi era la città in cui andavamo di più, pochi
andavano a Tortona.
La gente era superstiziosa. Quando andavamo a Novi partivamo alle tre del
mattino e una volta in prossimità del cimitero di Gavazzana si vedeva in un
campo un luccichio. Andarono a vedere armati di bastoni trovarono un pezzo di
vetro che rifletteva i raggi della luna.
Non ho mai creduto a quelle cose, ma molti ci credevano, dicevano che in chiesa
"si sentiva", che a mezzanotte usciva di là una donna tutta vestita
di bianco che volava, che girava.
I "segni" li faceva Giuvanén del Karle ed Erminio. Segnavano gli
uomini e gli animali. A me viene da ridere perché erano delle stupidaggini.
Quando i bambini piccoli piangevano, Giuvanéna diceva: - Aspetta che guardo se
ha i vermi -. Prendeva una scodella, ci metteva dentro un po' d'acqua, prendeva
due o tre pezzi di filo di rocchetto e li metteva nell'acqua. Se si muovevano,
allora i bambini avevano i vermi, se non si muovevano i vermi non c'erano. Se
c'erano i vermi si metteva l'aglio vicino al bambino.
D'inverno la gente andava a vegliare nelle stalle. Le più frequentate erano
quelle del Castello e del siùr Dulfo. Le altre stalle erano più piccole. In
Castello avevano buoi bianchi e buoi biondi, il siùr Dulfo aveva anche le
vacche e vendeva il latte. Nella stalla del Castello andavano solo gli uomini,
mentre nelle stalle più piccole andavano anche le donne. Io andavo nella stalla
di Duminkon, detto banòstra. Luigén ed barbìs raccontava le favole, erano
molto lunghe e se le ricordava a memoria. Le donne ed i bambini si mettevano in
cerchio e lui in mezzo raccontava. Erano belle favole, mentre raccontava le
donne filavano, cucivano e facevano le calze. Le calze non si compravano, anche
le donne mettevano le calze fatte a mano. Allora d'inverno veniva più neve e
l'inverno era più lungo.
Fiorindo Ragni
Prima c'era la tradizione di piantare il mòs. Andarono Costante, il Celeste, il
Batista, il Cicu, ma lui veniva di rado (stava giù alla cascina) nei boschi del
Ritiro, tagliarono un castagno ma non poterono portarlo a casa perchè era
troppo grosso. Così l'indomani andarono i proprietari del Ritiro e portarono a
casa loro il castagno, e per trainarlo usarono sei buoi. Allora quelli di
Podigliano andarono nella Scrivia, tagliarono un pioppo che da tempo avevano
adocchiato e lo portarono a Podigliano e lo piantarono in San Michele. Ma
seppero che i padroni della pianta avrebbero fatto loro causa, così una sera
fecero un solco con l'aratro in un campo detto a gèra di Angilu del Rubili e vi
sotterrarono la pianta. L'indomani vennero i proprietari della pianta ma non
trovarono nulla. Il mòs non c'era più, era in un solco. Però quelli di
Podigliano non si rassegnarono ed andarono a prendere quello che era stato
piantato a Sant'Agata. Quelli di Sant'Agata vennero giù e lo ripresero.
Tornarono quelli di Podigliano un'altra volta a Sant'Agata a prendere il mòs e
lo ripiantarono a San Michele ove c'è la vasca, e presero anche un mastello, lo
issarono sul mòs e lo legarono con una corda alla campana della chiesa perchè
segnalasse se qualcuno veniva a riprenderlo. In quelle notti stava sempre uno
col fucile dentro alla casa vecchia del Cicu, che era appena sotto San Michele.
Ma quelli di Sant'Agata non tornarono. Il mòs veniva piantato il 1° maggio e
c'era la gara tra i paesi per chi aveva il mòs più alto.
A Sant'Agata ne piantavano due, perchè non andavano d'accordo tra loro. Ne
piantavano uno sopra il paese ed uno in basso: ricordo che lo sentivo
raccontare. Poi montavano la guardia con i fucili. Erano fucili ad avancarica
caricati con pallettoni che venivano ricavati smontando i pomelli del meccanismo
di chiusura dei portamonete. Ad uno venne sparato un colpo , ma i pallettoni
passarono sul suo capo un traverso di dito. Ne parla anche Don Corazza nelle sue
memorie.
I rapporti tra i giovani dei paesi attorno non erano proprio dei migliori. Mio
nonno era chiamato Luigen d'cup (Luigi della tegola) perchè da ragazzo andò a
Sant'Agata e fu maltrattato; andò un'altra volta e fu ancora maltrattato.
Allora disse tra sè: - Ma come! Io rispetto tutti e mi trattano così -. Era
vicino al cimitero, prese una tegola sul muro di cinta e la sbattè sulla testa
del suo avversario e gliela fece sanguinare. Il padre del ragazzo che ebbe la
peggio andò a lamentarsi dal sindaco che gli disse: - No, se l'è cercata, tuo
figlio è un brigante -.